Uchi / Soto

Il binomio Uchi/Soto esprime un concetto peculiare della cultura giapponese.

Con Uchi 内, che letteralmente significa dentro, si indica tutto ciò che è a noi familiare, che fa parte del nostro entourage come parenti e amici più stretti, i colleghi e per estensione la propria nazione. Soto 外 invece rappresenta “esterno” e indica, al contrario, tutto ciò che è fuori dal nostro gruppo, tutto ciò che non è uchi potremmo dire. In senso lato, dunque, gli insider sono quelli con i quali si ha una relazione di tipo familiare mentre gli outsider sono gli estranei e per estensione gli stranieri. Il confine tra questi due gruppi è estraneamente marcato e influenza in primo luogo il linguaggio, ovvero il modo in cui si rivolge a coloro che fanno parte o meno del nostro gruppo. Inoltre questa distinzione influenza in generale la cultura rispecchiandosi in vari contesti della società come per esempio quello lavorativo e delle relazioni umane. I giapponesi dunque compiono nette distinzioni tra le persone in relazione al fatto che appartengano al gruppo uchi o soto. Per capire da dove abbia origine questa dicotomia così fondamentale nella cultura giapponese bisogna pensare che in passato tutta la vita nipponica volveva intorno al sistema della ie (家), ovvero della casa e della famiglia. Si trattava di un sistema patriarcale in cui il capofamiglia, solitamente un maschio anziano, aveva non solo potere decisionale assoluto ma anche e soprattutto la responsabilità di mantenere l’armonia. In questo sistema la famiglia era considerata più importante del singolo membro e perciò le opinioni personali non erano tenute in considerazione. L’armonia era infatti il bene supremo per i membri della famiglia, per questo motivo tutto ciò che non fosse uchi diventava potenzialmente pericoloso, una minaccia all’armonia familiare.

E’ interessante notare come questa netta distinzione tra dentro\fuori si rifletta persino nell’organizzazione dello spazio nelle abitazioni giapponesi, soprattutto se di tipo tradizionale: ciascuna famiglia è un’unità a se stante e fortemente isolata dalle altre. Tuttavia all’interno dell’abitazione i muri praticamente non esistono dato che gli spazi sono suddivisi semplicemente dagli shōji (障子) ovvero porte scorrevoli fatte di bambù e carta di riso, ciò comporta necessariamente che l’intimità sia quasi inesistente. Questo schema riflette ancora una volta la dicotomia uchi/soto e il divario tra famiglia ed estranei.

Trasportando questo concetto in occidente non possiamo fare a meno di pensare al confine che esiste fra il pubblico e il privato, fra le rassicuranti mura domestiche e l’esterno, fatto d’incognito e imprevisto. Il confine che, se ampliamo il nostro punto di vista, può essere anche tra il noi e il loro, concetto tanto caro alle derive populiste e xenofobe che hanno contaminato l’occidente. Ma se noi continuiamo ad utilizzare queste similitudini, possiamo vedere che nei dittici presentati nel progetto Uchi/Soto, queste diversità non si notano, anzi spesso l’interno rincorre nelle geometrie e nei colori l’esterno. I due ambienti s’influenzano a vicenda come facce di una medaglia costruite dalla stessa mano.

A livello tecnico i dittici rappresentano il bagno, l’angolo più intimo e privato della casa, contrapposto all’androne, faccia e forse maschera dell’abitazione, a volte fastoso, altre volte asettico, primo punto di accesso ad anonime palazzine o maestosi condomini. Il bagno, scattato con un campo stretto, disordinato o rigoroso, descrive i proprietari, come ritratto collettivo sia di persone conosciute che di sconosciuti fotografati durante degli shooting per agenzie immobiliari. L’androne in contrapposizione è inquadrato con prospettiva centrale e grandangoli spinti per accentuarne l’anonimia. Gli anonimi protagonisti sono stati ritratti fedelmente, lasciando integri gli ambienti: la composizione fotografica si è adattata al contesto trovato.


The Uchi/Soto couple expresses a peculiar concept of the Japanese culture.

With Uchi 内, that literally means inside, we indicate everything that is familiar to us, which is part of our entourage such as relatives, close friends, colleagues and by extension our Country. While Soto 外 represents the exterior and indicates everything that is out of our group, all that is no uchi, we might say. In a broad sense, therefore, insiders are those with whom you have a close relationship, while outsider are strangers and, by extension, foreigners. The boundary between these two groups is extremely marked and influences first of all the Japanese language, that is the way in which we speak with people depending on whether that are part of our group or not. This distinction influences also the Japanese culture in various contexts of society such as that business and human relations. Thus, Japanese people make clear distinctions between people in the uchi or soto group. In order to understand the reason of this important dichotomy we must remember that in the past the Japanese lifetime turned around the ie (家) system, that is the system of the house and the family. This was a patriarchal system in which the head of the family, usually an elderly male, had not only the absolute decision-making power but also the responsibility to maintain the harmony. In this system, the family was considered more important than the individual members, thus the personal opinions were not taken into account. The harmony was indeed the greatest good for the family members. For this is reason everything that was not uchi was potentially dangerous, a threat to the family harmony.

It is also very interesting to note that this clear distinction between inside \ outside is reflected even in the organization of space in Japanese homes, especially in the traditional houses: each family is a single unit and strongly isolated from the other families. However, inside the house there are virtually no walls: the spaces are simply divided by shōji (障 子), that are sliding doors made of bamboo and rice paper. This means that there is no private intimacy inside the house. This scheme again reflects the dichotomy uchi / soto and the gap between family and strangers.

Carrying this concept in the West, we can think about borders between public and private, between the reassuring domestic walls and the exterior, made of unknown and unexpected. If we broaden our perspective this boundary, can also be extended to us and them, a concept so dear to populist and xenophobic tendencies that have contaminated the West. But if we continue to use these similarities, we can see that in the diptychs presented in Uchi / Soto project, these differences are not noticed, and often the inside space chases the exterior in geometries and colors. The two environments influence each other as two sides of a coin forged by the same hand.

Technically the diptychs represent the bathroom, that is the most intimate and private corner of the house, opposed/counterposed to the lobby, the face/facade, or even the mask of the house, which sometimes it is magnificent, sometimes aseptic, which is the first point of access to anonymous buildings or majestic condominiums. The bathroom, shot with a narrow field, messy or rigorous, describes the owners, both as a collective portrait of well-known people and strangers photographed during the shooting for real estate agencies. In contrast, the entrance hall is framed with central perspective and wide angle lenses to accentuate the anonymity. The anonymous characters have been portrayed accurately, leaving intact the environments: the photographic composition has adapted to the context found.